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mercoledì 11 settembre 2013

Castel Savoia a Gressoney

La cittadina aostana di Gressoney deve molto del suo sviluppo turistico alla presenza di Margherita di Savoia, sposa di Umberto I e regina d'Italia.
Il primo soggiorno della sovrana a Gressoney, ospite nella villa dei baroni Beck Peccoz, risale al 1889; ma già alla metà del secolo suo padre, il duca Ferdinando di Savoia, veniva a cacciare lo stambecco ai piedi del ghiacciaio del Lys in compagnia del barone Antonio Beck Peccoz.
Accolta calorosamente dalla popolazione locale, dal 1889 al 1925 la Regina fece ritorno ogni anno a Gressoney durante i mesi estivi. Durante i soggiorni montani la Regina, presto imitata dalle altre nobili villeggianti, amava indossare il costume popolare locale, che sul suo esempio si è evoluto nella foggia ancora oggi in uso.


All'interno del castello, al piano superiore, è possibile ammirare il cappello indossato dalla sovrana in questo dipinto ufficiale della Regina.

Il castello della regina Margherita sorge ai piedi del Colle della Ranzola, nella località denominata "Belvedere" perché domina tutta la vallata fino al ghiacciaio del Lyskamm.


La posa della prima pietra avvenne con una solenne cerimonia il 24 agosto 1899; assassinato a Monza un anno dopo, il re Umberto I non avrebbe visto la conclusione dei lavori, protrattasi fino al 1904. I lavori durarono così poco grazie all'impiego di materiali reperibili nei dintorni del cantiere e grazie all'uso di manodopera locale sotto la supervisione dell'architetto Emilio Stramucci e del decoratore Carlo Cussetti.


Oggi hai piedi del castello si trova un bellissimo giardino botanico inaugurato nel 1990. L'orto botanico si estende su una superficie di circa 1000 mq e si differenzia dagli altri presenti in Valle d'Aosta per l'impostazione di carattere prevalentemente estetico.


Grazie alla "mia metà" per le foto... come sempre è lui quello che sa cogliere gli scorci migliori.

lunedì 12 agosto 2013

Attività all'aria aperta: Santuario di San Romedio

Lungo la statale che collega Sanzeno (TN) a Romeno (TN) si trova il Museo Retico, centro per l'Archeologia e la Storia Antica della Valle, dove si può lasciare l'auto (il parcheggio è sulla destra, venendo da Sanzeno, appena prima del museo).
L'itinerario ha inizio di fronte al Museo dove è ben visibile una passerella in legno con le indicazioni per il Santuario di San Romedio. La passeggiata prosegue tra i meleti prima e nel bosco poi fino a raggiungere la parete rocciosa del canyon di San Romedio.


La passeggiata prosegue pianeggiante sfruttando il vecchio canale irriguo scavato nella roccia a metà del 1800 e messo in sicurezza grazia ad un massiccio parapetto. A volte il passaggio risulta basso quindi bisogna fare attenzione a non sbattere la testa.
La passeggiata è sempre in piano fino a quando si incontra una scalinata di legno che porta alla strada asfaltata che in pochi minuti raggiunge il parcheggio del Santuario.


Il santuario di San Romedio è un santuario dedicato alla figura di San Romedio, situato su un ripido sperone di roccia nel territorio del comune di Coredo.
Il santuario è costituito da cinque chiese costruite nell'arco di circa novecento anni fra il 1000 e il 1918. Le chiese sono state costruite a ridosso di una ripida parete di roccia e sono unite tra loro da un centinaio di ripidissimi gradini.


Nel cortile sottostante il santuario è ospitato un orso, nato e vissuto sempre in cattività.
La figura dell'orso richiama la leggenda che vede come protagonista il santo:
Romedio visse tra il IV e il V secolo, erede di una ricca famiglia bavarese, signore di un castello nei pressi di Innsbruck e proprietario di saline nella valle dell’Inn; dopo un pellegrinaggio a Roma, donò tutti i suoi beni alla chiesa, ritirandosi in eremitaggio nella Val di Non in alcune grotte esistenti ancora oggi nei pressi del santuario. Lo seguirono due compagni, Abramo e Davide. Un giorno, dovendo recarsi a Trento per salutare il vescovo della città, chiese a Davide di sellargli il cavallo: il discepolo tornò con la notizia che un orso aveva sbranato il cavallo, ma Romedio non si scompone e gli ordinò di sellare un orso, che docilmente si lasciò mettere la sella, conducendo Romedio fino a Trento.


Informazioni:
- partenza ed arrivo: Sanzeno
- tempo di percorrenza a/r: 1:45 ore
- difficoltà: facile
- lunghezza: 6 km
- dislivello: 120 m
- quota massima: 770 m
- punto di ristoro: nel paese di Sanzeno e piccolo ristoro all'interno del Santuario

Nei mesi di luglio ed agosto non si può raggiungere il Santuario in auto. Un servizio di navette è stato istituito da e per il Santuario (1,50 euro a tratta).

Con la Guest Card Trentino è possibile visitare gratuitamente il Museo Retico (15 sezioni che ripercorrono la storia della Valle più una mostra temporanea sulle vicende che hanno caratterizzato i ritrovamenti a Sanzeno)

sabato 23 marzo 2013

XXI Giornata FAI di Primavera: la Cittadella di Alessandria

Per natale la "mia dolce metà" mi ha regalato un cofanetto un po' particolare: "Italia da amare", cioè iscrizione annuale di coppia al FAI.

Oggi, approfittando della "Giornata FAI di Primavera", abbiamo deciso di andare a visitare la Cittadella di Alessandria, che quest'anno è anche il "Luogo del cuore" che ha ricevuto il maggior numero di voti (53.953).


La Cittadella, costruita per volere di Vittorio Amedeo II di Savoia tra il 1726 e il 1728 su progetto di Ignazio Bertola, con i suoi 74 ettari di superficie, è uno dei più grandi esempi di fortificazione settecentesca in Europa. Durante il Risorgimento divenne il luogo simbolo dei moti rivoluzionari e qui sventolò per la prima volta il tricolore. Dal 2007, anno in cui i militari hanno abbandonato il complesso, per la fortezza è iniziato un lento degrado che ha raggiunto oggi livelli preoccupanti.



Quest'anno il FAI ha deciso di dare risalto soprattutto ad una parte ben precisa della Cittadella: il quartiere Forni, costruito durante il periodo di occupazione napoleonica tra il 1800 ed il 1814.
L'edificio, già operativo nel 1815, era progettato per contenere 6 forni, di cui ne rimangono solo tre, al pian terreno e dei grandi magazzini per le farine al primo e secondo piano per un totale di più di 4400 sacchi.
L'edificio possiede anche ampie cantine voltate su 12 pilastri a pianta quadrata e 2 pozzi per l'acqua.
Questo edificio ha subito durante la sua storia pesanti ristrutturazioni che l'hanno portato nell'ultimo periodo di utilizzo e cioè fino al 2007 ad essere adibito a Palazzina Comando all'interno del Magazzino Militare misto "tipo B" R.M.N.O.



Il FAI, insieme ai panificatori alessandrini, ha oggi messo in funzione uno dei tre forni rimanenti, offrendo a tutti i visitatori del buonissimo pane sfornato al momento.


Oltre ai forni abbiamo visitato, con due bravissimi ciceroni di seconda media, tutta la cittadella e, come soci FAI, anche i sotterranei in cui sono state girate anche delle scene della miniserie RAI "Violetta".


Sotto l'ospedale, poi, è possibile visitare il sacrario della 38° Brigata Ravenna, che combatté sul fronte russo durante la Seconda Guerra Mondiale; mentre nel Palazzo del Governatore è ospitata una mostra di divise militari ed armi.

domenica 3 marzo 2013

Attività all'aria aperta: Alba sotterranea

Dai tempi di Alba Pompeia (così si chiamò la città nei secoli dell'epoca romana), quello che oggi è il centro storico ha visto succedersi le generazioni di città una dopo l'altra, nel medesimo luogo. La città medievale crebbe sui resti di quella romana, quella moderna ne prese il posto senza cancellarla del tutto, e così via, fino alla città attuale, che senza saperlo è plasmata nella sua forma dai lineamenti urbani di Alba Pompeia. 
Degli ultimi duemila anni di storia cittadina, moltissimo è rimasto nel ventre del sottosuolo cittadino, pochissimi metri al di sotto delle vie e dei marciapiedi, frammenti di città scomparse e antenate dell'Alba di oggi che vanno a comporre il ricco patrimonio del Museo F. Eusebio, del Percorso Archeologico Monumentale cittadino e dei numerosi percorsi sotterranei. L'antico tempio, il teatro e il foro di epoca romana, il primo fonte battesimale e le torri medievali scomparse...
 

Oggi, in una bella giornata dal clima primaverile, abbiamo partecipato, io e "la mia metà" al tour guidato gestito da "Ambiente & Cultura" e coordinato dal Museo civico albese di F. Eusebio con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.


Il percorso, con inizio di fronte all'ufficio turistico, è stato guidato da un archeologo professionista che in questi anni si è occupato degli scavi edilizi, cioè quelli che vengono eseguiti durante i cantieri edili.
Con la nostra guida abbiamo visitato tre siti archeologici: il resto del foro romano e di due torri casa (1), i resti del teatro romano e di una torre casa (2) e i resti della cinta muraria romana e di due magazzini adiacenti.


Il primo resto romano / medievale si trova proprio sotto l'ufficio turistico, in piazza del Duomo.
Le parti medievali sono costituite dalle fondamenta di due case torri di cui si può ammirare una parte dell'elevato notando così che dal calpestabile romano e quello medievale non vi è più di una 50 cm di sedimento.
In mezzo a queste due torri sorgeva una torre più antica e totalmente in pietra che venne distrutta per far posto a queste due costruzioni successive.
Di fronte all'ufficio turistico, inoltre, si può notare il perimetro dell'antica Torre Negri, una torre isolata che doveva svettare isolata proprio davanti al Duomo e che venne abbattuta nell'800 durante il rifacimento della facciata della chiesa. In questa torre si dice avesse la sua bottega di ciabattino il papà di Michele Coppino, ministro dell'istruzione del primo governo Depretis.


La seconda tappa ci ha portato sotto la chiesa di San Giuseppe nel rione un tempo chiamato Borgo San Lorenzo.
In epoca romana questo sito era occupato dal teatro romano: un anfiteatro in muratura, evoluzione dell'architettura greca che invece prevedeva la costruzione degli spazi scenici su pendii appropriati. In particolare dai sotterranei della chiesa è possibile vedere parte del palco, mentre nelle cantine di edifici privati sono stati trovati resti degli spalti.
Nel corso dell'età medievale il sito è stato caratterizzato dalla presenza di edifici privati, costruiti in muratura soprattutto a partire dal XII secolo, periodo a cui risale anche una torre di pietra, successivamente demolita.
Lo studio dei sedimenti tra i resti romani e quelli dell'alto medioevo ha permesso di scoprire, proprio in questo edificio, resti di vitigni e il più antico reperto archeologico italiano che testimonia l'esistenza del fagiolino. Questo, oltre ad un primato, permette di evidenziare come nell'alto medioevo ampie parti della città vennero dedicate alla coltivazione (oltre che alla sepoltura) pratica impensabile, in epoca romana, all'interno delle mura.


L'ultima tappa ci ha portato a visitare una sezione delle mura in cui sono ben visibili i diversi mattoni che componevano i sette metri della cinta: quelli di forma molto allungata di epoca romana, le pietre che componevano il muro medievale ed i mattoni piccoli e regolali che ricoprivano quest'ultima parte.
In questa parte delle mura che danno verso il Tanaro sono visitabili anche due caserme-magazzino: due lunghi tunnel che vennero usati in epoca romana come magazzini e successivamente come deposito o rifugio antiaereo. 
Gli scavi di Federico Eusebio portarono alla luce proprio in questi due siti resti di anfore romane e anche palle di cannone risalenti al conflitto Franco-Spagnolo.


L'ultima parte della visita guidata ci ha portati a visitare "I tesori del Tanaro", una mostra temporanea che espone due importantissimi ritrovamenti paleontologici: il mastodonte di Verduno e la balenottera di Piana Biglini.


La visita è poi continuata liberamente per le altre sale del museo che ospitano al pian terreno una spada dell'età del bronzo ed il cippo marmoreo di Caio Cornelio Germano.
Al primo piano sono conservati i resti romanici e la collezione naturalistica in un bellissimo allestimento.


Per informazioni sulle prossime date del tour si può guardare qui.

venerdì 2 novembre 2012

Attività all'aria aperta: Picasso a Milano

Sfruttando il ponte sei Santi eccomi di ritorno a Milano essenzialmente per visitare la mostra più attesa dell'anno: "Picasso - Capolavori dal Museo Nazionale Picasso di Parigi".


La mostra, nonostante sia aperta dal 20 Settembre, riscuote ancora moltissimo successo e lo dimostra la fila che ho trovato ad attendere l'apertura alle 9.15. Dopo una mezz'oretta di attesa nei cortili di Palazzo Reale un addetto alla sicurezza ci ha fatto salire lo scalone diretti alla biglietteria (biglietto intero 9,00 euro) e al ritiro dell'audioguida ( 5,00 euro).

La prima parte della mostra; accessibile anche senza biglietto; presenta documenti, locandine e pagine di giornali che mostrano l'accoglienza di Milano per Picasso durante la sua ultima esposizione in città. Era il 1953 e, dopo Roma, Picasso richiamò nelle sale di Palazzo Reale circa duecentomila visitatori per quella che fu una delle prime mostre in questa sede espositiva.


La mostra del 1953 riscosse moltissima fortuna anche per la presenza del famossimo quadro "Guernica" dipinto da Picasso come risposta al primo massacro di civili inermi della storia. Inizialmente, però, il quadro non doveva essere esposto ma Picasso venne convinto da Attilio Rossi a portare la grande opera a Milano promettendogli una magnifica cornice: la sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, bombardata durante il secondo conflitto mondiale.


Nella mostra attuale l'opera non è presente, ma la sua presenza viene resa con l'uso di un'immagine video-proiettata e di alcuni bozzetti preparatori.
Nella stessa sala è presenta un'altro quadro di forte rilievo civile: "Massacro in Corea" del 1951.


Il quadro, che richiama un dipinto di Goya, nel 1953 non venne esposto a Roma per ragioni diplomatiche mentre Milano scelse di renderlo visibile nonostante l'avversione statunitense per la tela.

Il percorso espositivo, da questo momento, inizia a seguire un andamento più cronologico che permette di cogliere le evoluzioni stilistiche del pittore iberico, dalle origini fino alla morte passando per tutti i suoi "periodi".
Il quadro che ho apprezzato maggiormente del "giovane Picasso" è sicuramente "La morte di Casagemas":


nel quadro, preludio del periodo Blu dell'artista, è ritratto un amico di Picasso con cui il pittore si era recato a Parigi. Il giovane Casagemas, innamoratosi di una fanciulla parigina, non ricambiato decise di uccidersi sparandosi alla tempia.
I colori e i tratti ricordano molto l'opera di un'altro grande pittore del '900: Van Gogh, che Picasso ha modo di osservare a Parigi.
Rappresentativo del periodo Rosa è invece un'altro quadro: "I due fratelli".


Quadro questo, del 1906, che rappresenta forse due acrobati di un circo in una posa plastica, soprattutto il maggiore, che ricorda le statue classiche presenti al Louvre.
L'evoluzione artistica di Picasso lo porta quindi ad attraversare un periodo che risente molto dell'arte africana, analizzata nella sua componente estetica che porteranno il pittore, dopo attenti studi ad approdare al famoso quadro "Les Demoiselle d'Avignon" (non presente alla mostra). Nel percorso espositivo è presente uno di questi studi per una figura maschile che non verrà poi realizzata:


Il soggetto ritratto in questo studio del 1906 è lo stesso Picasso e si può notare come lo studio della figura umana stia portando il pittore verso un appiattimento delle forme.
Questo processo porterà Picasso verso il cubisto, ben rappresentato ad esempio dall'opera del 1911: "Uomo con chitarra".


Picasso esplorò anche la tecnica del collage che gli permise di fondere pittura e scultura, arte e vita utilizzando per queste opere oggetti di uso quotidiano affiancati a ritagli ed elementi pittorici ispirati dai caffé parigini.
L'esplorazione di Picasso, che si era spinta fino agli estremi delle avanguardie, ebbe intorno agli anni 20 del '900 un ritorno al classicismo ispirato da un viaggio che l'artista fece in Italia. Sono di questo periodo capolavori come "Ritratto di Olga in poltrona" e "Paulo nei panni di Arlecchino".


La donna raffigurata in questo dipinto, la ballerina Olga Chochlova, divenne dopo una relazione con il pittore sua moglie. Picasso trasse ispirazione per questo quadro da una foto che venne scattata alla consorte.
Ad ispirare invece questo quadro fu Paulo, figlio del pittore e di Olga, che qui viene rappresentato all'età di 3 anni con indosso i vestiti di Arlecchino in una sorte di fusione di identità con il padre che soleva usare Arlecchino come alter ego.


Le donne della sua vita ispirarono sempre le opere di Picasso: dopo alcuni anni di matrimonio il pittore iniziò un rapporto extraconiugale con Marie Terese Walter, giovanissima ragazza bionda dai lineamenti molto procaci, che ispirò opere come "Nudo sdraiato" del 1932 in cui la sessualità viene giustapposta alla fertilità della terra.


La figura di Marie Terese si ritrova, iconograficamente, anche nel quadro "Corrida: la morte del torero", dipinto del 1933 che si presta a molteplici interpretazioni.


Picasso, molto appassionato a questo tipo di intrattenimento, dagli anni '30 inizia ad utilizzare il toro come simbolo della sua identità spagnola e più profondamente come rappresentazione di sé stesso. In particolare, in questo dipinto che rappresenta un toro che incorna il cavallo del torero che viene poi disarcionato, i critici hanno visto nel toro lo stesso Picasso, nel cavallo ferito la moglie Olga e nel torero l'amante Marie Terese.
Questa relazione amorosa con Marie Terese Walter terminò quando il pittore si innamorò di Dora Maar, donna forte, pittrice e fotografa dal temperamento ardente che Picasso cercò di rendere in uno dei suoi capolavori con colori forti e linee spigolose.


Dopo la fine della relazione con la Maar Picasso incontrò in una fabbrica di ceramica una studentessa, Françoise Gilot con la quale si sposò ed ebbe due figli. Fu lei, l'unica, a lasciare l'artista stanca delle sue infedeltà.
A questo periodo (1953) appartiene il quadro intitolato "L'ombra".


L'ombra è lo stesso Picasso che entra nella camera da letto che ha condiviso con la giovane Françoise. Lo spettro di lei, nuda sul letto, e dei bambini (rappresentati dal carro giocattolo in alto a sinistra) sono ancora presenti nella stanza e vengono catturati dalla tela del pittore.

L'ultimo periodi di vita di Picasso è contraddistinto da una grande prolificazione artistica: per cercare di sopperire le carenze fisiche, il pittore produce moltissimi quadri che celebrano i grandi maestri del passato e soprattutto Rembrandt a cui si ispira in due tele presenti alla mostra: "Musicista" (1972) e "Il matador" (1970). In particolare il secondo quadro risulta interessante in quanto Picasso si rappresenta come una via di mezzo tra un matador (simbolo delle sue origini spagnole) e un moschettiere (simbolo della sia ammirazione per gli antichi maestri).

La mostra termina con una grande tela del 1969: "Il bacio", in cui un uomo vecchio (Picasso) bacia una giovane donna dai lineamenti esotici.


La mostra, secondo me molto curata nell'allestimento, permette di assistere, lungo le sale di Palazzo Reale, all'evolversi dell'arte di Picasso ammirando da molto vicino capolavori inestimabili ormai patrimonio della storia dell'arte moderna.
Nonostante la grandissima affluenza di pubblico, soffermarsi sulle diverse opere, osservarle da vicino ed ascoltare l'audioguida non è stato per nulla faticoso ed anche i bambini mi sono sembrati molto coinvolti dall'audioguida preparata apposta per loro e segnalata molto bene con un disegnino.

giovedì 28 giugno 2012

Trekking educativo

Cosa fare in estate, soprattutto quando si hanno dei bambini?
Io non ho figli, ma lavoro come educatrice in centri estivi e sono una "figlia". I miei genitori, tutte le estati, mi portavano a visitare qualche cosa di curioso vicino a dove andavamo al mare, alla nostra casa in montagna,...  Un modo per farmi apprezzare le bellezze della "nostra Italia" e scoprire insieme posti nuovi che magari neanche loro avevano visto. Lo stesso ho fatto io con i miei ragazzi dei centri estivi, ho sempre scelto escursioni sul territorio: vicine (quindi poco costose in termini di pullman), curiose ed insolite.

Oggi vi propongo l'ultima gita in ordine di tempo studiata con i miei genitori... Destinazione passo San Marco (1992 m.s.l.m).


Noi abbiamo raggiunto il passo dal versante bergamasco posteggiando nei pressi del Rifugio Passo San Marco 2000, un rifugio di recente costruzione che si trova proprio sul ciglio della strada sulla destra.
Dopo aver lasciato la macchina abbiamo iniziato la nostra "escursione" a piedi. Imboccando la strada asfaltata sulla sinistra abbiamo raggiunto la casa cantoniera che sul suo muro esterno riporta alcuni lastroni su cui è disegnato il "leone di San Marco" e un ricordo di Papa Pacelli. Questo è uno dei più antichi rifugi sulle Alpi e risale al 1593.


La casa cantoniera, come il passo vero e proprio, si trovano sulla "Via Priula", una strada del XVI secolo che collegava la città di Bergamo con quella di Morbegno.
La strada venne tracciata per facilitare lo scambio commerciale tra la Repubblica di Venezia (che governava sull'intera provincia di Bergamo) e la Svizzera che fino al 1797 governava sul territorio valtellinese (la Valtellina appartenne ai Grigioni dal 1512 al 1797).
Il tracciato partiva da Porta San Lorenzo (oggi Porta Garibaldi) a Bergamo e risaliva la Val Brembana superando Sedrina, Zogno, San Pellegrino Terme, San Giovanni Bianco, Piazza Brembana, Olmo al Brembo e Mezzoldo per poi iniziare la sua discesa una volta superato il Passo. Sul versante Valtellinese la via toccava il paese di Albaredo per San Marco prima di giungere a Morbegno. Questo tracciato venne costruito ex novo con l'impiego di ingenti somme da parte della Serenissima che pensò di rientrare delle spese applicando una gabella aggiuntiva alle zone interessate oltre alla manutenzione della via.

A sdestra della casa cantoniera è possibile raggiungere in una ventina di minuti il passo vero e proprio percorrendo parte della "Via Priula" ancora in buonissime condizioni e ben segnalata.


Il sentiero offre una bellissima vista sulla vallata bergamasca e permette di ammirare, in questo periodo, la flora alpina tipica di questa parte delle Alpi.


Una volta raggiunto il colle vi consiglio di "cercare" tra i prati le sculture di Angelo Gabriele Fierro.


Lo scultore di Cerviana (Avellino) da anni residente a Morbegno (Sondrio), partendo da materiali naturali, ha dato vita alle rocce creando una serie di volti ed esseri che sembrano vegliare sul passo.


Da questo punto è possibile partire per altre escursioni di interesse storico e naturalistico, in particolare vi segnalo che proprio da questo "lucertolone" parte il sentiero che porta alle trincee della prima guerra mondiale.



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venerdì 13 aprile 2012

Venerdì del libro: Titanic

In questi giorni ricorrono i 100 anni dell'affondamento della RMS Titanic, una nave passeggeri diventata famosa per la collisione con un iceberg la notte tra il 14 e il 15 Aprle 1912 e per il suo conseguente affondamento.

Moltissimo è stato scritto su questa nave e sulla sua storia. Oggi vi propongo qualche libro, ognuno affronta la vicenda da un punto di vista differente:


Ne "La strada in fondo al mare", di Leah Fleming, la vicenda del Titanic viene romanzata.
Il libro racconta le vicende di una famiglia imbarcata nella terza classe e di una giovane inglese imbarcata in prima classe.
Con uno stile incalzante l'autrice inglese conduce il lettore all'interno di una delle più grandi tragedie marittime dovuta non solo alle condizioni metereologiche ma anche alla superficialità del personale di bordo.

Moltissimi i testi che trattano in modo "storico" la vicenda, io vi segnalo:

Titanic. La vera storia libro di Lord Walter

"Titanic - La vera storia" uscito una prima volta nel 1995 e riedito quest'anno. Quello di Walter Lord è ritenuto uno dei resoconti più attendibili e a questo testo si sono rifatti i più famosi registi per preparare le proprie pellicole.

Per presentare l'argomento ai più piccoli, vi segnalo due libri:

La storia del Titanic

"La storia del Titanic" di Will e Mary Osborne, in cui due personaggi accompagnano i lettori a bordo del Titanic per scoprire com'era fatto, perché è affondato e in che modo è stato trovato il relitto. (Età di lettura dai 6 anni)


Il secondo libro è: "Titanic 3D. Libro pop up" di Emily Hawkins. In questo testo vengono messi in evidenza i punti salienti della vicenda del Titanic con l'utilizzo, oltre che della tecnica del pop up, anche di contributi audio.


Questo post partecipa al "Venerdì del libro" di Homemademamma.

lunedì 20 febbraio 2012

Cos'è l'arte moderna?

Per me, nell'arte non esiste né passato né futuro
Picasso


Per vari motivi in questo periodo sto entrando in contatto con l'arte moderna... Cos'è però?
Per rispondere a questa domanda vi consiglio di leggere un piccolissimo saggio, edito da Skira, dal titolo "Breve storia dell'arte moderna" di Jean Clair.


Secondo Clair l'arte moderna sarebbe quella prodotta fra il 1905; nascita del fauvisme; e il 1968-1970; con la grande rivolta libertaria. Analizzando però più da vicino l'arte precedente al 1905 ci si può accorgere che già nel romanticismo erano presenti le caratteristiche salienti dell'arte moderna: l'esaltazione del genio creatore, il prediligere lo scaturire spontaneo, ...
A far maturare questa corrente artistica sarebbero state tre personalità intellettuali: Weininger, Schopenhauer e Nitzsche. Questa sarebbe la grande triade moderna: sesso, sangue e morte.

Nel XX secolo si assiste ad un proliferare di forme senza precedenti frutto del grande smarrimento davanti all'impossibilità di trovarne una che sia soddisfacente e definitiva. L'artista è smarrito perché si trova di fronte alla moltiplicazione delle sfide iconografiche: la scienza rivela all'uomo del XX secolo la diversità dei fenomeni di cui le arti espressive non riescono a non possono rendere conto. Infine, c'è sgomento nel vedere restringersi sempre più l'ambito che è proprio dell'arte. L'arte è ormai solo lo scarto dei saperi e si ha dunque l'impressione che l'opera d'arte diventi un "bricolage" (Claude Lèvi-Strauss), un'approssimazione teorica sempre più arbitraria.


Le opere d'arte prodotte dagli artisti moderni sono "totali" nella misura in cui pretende, anche se incompleta, di esprimere, in quanto frammento, l'essenza dell'universo, e ciò in base all'assunto che esisterebbero dei collegamenti fra le diverse forma d'espressione.



In verità credo che ciò che chiamiamo arte sia destinato a sparire o a diventare irriconoscibile.
Queste parole, pronunciate nel dicembre del 1902 da Valèry, rappresentano un lucido presagio: la modernità pretende infatti di promuovere l'avvento dell'idea di arte pura, risparmiandosi però la fatica di realizzare opere e di essere artisti.

La storia dell'arte moderna si intreccia do doppio filo con quella dei totalitarismi.
In Italia, sotto Mussolini, l'arte ha conosciuto uno dei suoi periodi più brillanti e ciò perché Mussolini era affiancato da consiglieri come Bottai e Margherita Sarfatti.


In Germania la storia ha prodotto un percorso più contorto:fra il 1931 e il 1933 molti artisti, in tutti i campi, sono affascinati dal nazional-socialismo. Questi artisti; come Heidegger, Nolde e Strauss; predono le distanze dopo il 1933, quando ha inizio la campagna contro l'"arte degenerata" il nazismo mostra la sua vera natura. Il peggio, in Germania, si ha però con la contaminazione dell'intero retaggio culturale con i valori portati avanti da questo totalitarismo.
In Russia molti artisti degli anni Venti si suicidano, emigra o muore nei gulag negli anni Trenta.
Insomma, l'utopia di annunciare la venuta di un "uomo nuovo" si trasforma in un incubo.

Nell'arte moderna un punto emerge: non più "vedere", neppure "pensare", ma "sentire".


Un'estetica del disgusto sembra oggi aver preso il posto dell'estetica del gusto che ha dominato l'arte dal 1750 al 1970, ma è troppo presto per trovare un senso a questo fenomeno.


Per approfondire vi consiglio: "Breve storia dell'arte moderna", Jean Claire. Skira edizioni

giovedì 9 febbraio 2012

Attività all'aria aperta: Mergozzo

Oggi vorrei proporvi una gita a Mergozzo; paese poco distante da Gravellona Toce; che sembra sospeso nel tempo.
Poco distante dalle più rinomate località turistiche del Lago Maggiore, anche il lago di Mergozzo merita di essere visitato.


La prima chiesa che si incontra in via Roma è la Parrocchiale della beata Vergine Assunta, inaugurata nel 1610.
L'aspetto esterno attuale si deve ai lavori del 1865. Il parroco di allora fece abbattere il precedente porticato e fece eseguire il pronao con quattro colonne e sopra di esse le statue dei quattro Evangelisti. Due delle finestre laterali della facciata furono trasformate in porte e, inoltre, vennero aggiunti i pinnacoli con le statue e gli angioletti. Sulla sommità della facciata a capanna domina la statua della Vergine Assunta.


All'interno vi consiglio di ammirare la "croce di Gerusalemme" (navata di destra) realizzata intarsiando con la madreperla del legno di ulivo e la bellissima statua della Vergine Assunta, arrivata a Mergozzo nel 1875 via lago e realizzata in parte a Intra e in parte a Firenze.


All'esterno della chiesa, sul lato sinistro, si trovano le tredici edicole della Via Crucis datate 1759.


Sul lato del porticato delle cappelle sorge anche la casa del Predicatore Quaresimalista che venne costruita nel 1724. Questa fu sede del Municipio nel 1867, poi di scuole elementari ed oggi è tornata di proprietà della parrocchia.

A metà di via Roma, la via principale, si trova la chiesa romanica di Santa Marta che purtroppo non abbiamo potuto visitare perché momentaneamente chiusa.

Alla fine della via principale spunta il vecchio olmo.
Il vecchio olmo ha quasi cinquecento anni, come è documentato dal quadro della Madonna del Rosario conservato nella parrocchiale e dipinto da Carolus Canis nel 1623, nel quale l’albero viene rappresentato come un giovane virgulto.
Un tempo, al suono della campana maggiore, sotto l’olmo si incontravano i capi famiglia e fino al XVIII secolo il banditore vi affiggeva gli editti. Inoltre chi affittava il diritto di pesca nel lago di Mergozzo era obblicato prima di poter portare altrove il pescato, a venderlo sotto l’olmo per un’ora nei giorni di magra alla popolazione al prezzo prestabilito dal Comune.
Dal 2002 l’olmo di Mergozzo è stato inserito nell’elenco degli alberi monumentali del Piemonte.


Da poco prima dell'olmo parte una bellissima passeggiata pedonale che costeggia parte del lago fino a giungere ad un camping.
Lungo il percorso di incontrano bellissime spiaggette in questa stagione dimenticate dai turisti. Da giugno il lago, infatti, si popola di amanti della barca e del windsurf.


Lungo il percorso si può fare anche una piacevole sorpresa: il lago è abitato da una piccola colonia di oche (noi ne abbiamo viste quattro) di cui si ignora la provenienza ma che sembrano essere molto popolari, visto che alcuni ristoranti e b&b le citano nel loro nome.


Dopo il pranzo (vi consiglio il ristorante La Pagul - vicolo XI° n.4) abbiamo continuato la nostra visita del paese con la colonna della peste, eretta nel 1630 per proteggere i mergozzesi dall'epidemia "manzoniana".
La colonna sorge nel luogo in cui veniva officiata la messa durante la peste: la Santa Messa, infatti, per motivi igenici veniva officiata all'aperto.
Quando venne aggiunta la fontana (1869), metà della base della colonna era già stata sotterrata per i continui riporti e, dalle analisi fatte nel 1989, si è scoperto del materiale di epoca romana.


Alle spalle della colonna, risalendo i caratteristici vicoli, si arriva all'oratorio di Santa Elisabetta costruito nel 1623 su una preesistente cappella.
La chiesa, a pianta rettangolare, presenta una finestra a trittico sulla facciata, un tetto a piode e un campaniletto di granito che conserva la più antica campana della bassa Ossola (1669).


Sulla facciata della chiesa si possono ammirare gli affreschi dell'apostolo Andrea (sinistra) e del diacono Lorenzo (destra). Sopra il portale di entrata è rappresentato il Leone, simbolo dell'evangelista Marco. Sul timpano, invece, è rappresentato il Padre Eterno e la colomba dello Spirito Santo.
Sul lato sinistro della chiesa (guardando la facciata) vi è la prima fontana di Mergozzo, eseguita nel 1854.


Informazioni pratiche:
  • come arrivare? Autostrada A26 (Genova Volti/Gravellona Toce) uscita Gravellona e seguire le indicazioni per Mergozzo-centro città. L'unico punto "difficoltoso" è il primo bivio a sinistra dopo il ponte sul fiume Toce che non è immediatamente visibile.

  • dove parcheggiare? Vi consiglio di parcheggiare prima dell'inizio del centro storico (sulla destra). Parcheggio molto ampio, gratuito e senza disco orario.

  • cosa acquistare? Il dolce tipico di Mergozzo è la Fugascina che viene venduta in una panetteria ben segnalata da cartelli blu. Attenti: chiude a mezzogiorno.

  • dove mangiare? Vi consiglio il ristorante La Pagul che durante la settimana propone il menù della casa a 10 euro (primo, secondo con contorno, e bevande). Si trova proprio dietro la colonna della peste sulla destra. L'ambiente è un mix tra antico e moderno, il cibo è preparato al momento e il personale è veramente cortese.
    Noi abbiamo mangiato: risotto zucca e funghi; sfogliatina di provola, radicchio e speck con patate al forno. Per il bere si può scegliere tra acqua in bottiglia o vino della casa.