martedì 22 novembre 2011

Narrazione: la auto-biografia


Se cercassimo sul dizionario cosa significa "biografia" troveremmo qualche cosa che somiglia a:
racconto su basi documentarie della vita di una persona: una biografia romanzata;
l'opera che contiene tale racconto: pubblicare una biografia;
il genere letterario costituito dalle biografie: uno studio sulle biografie ottocentesche
Se invece cercassimo "autobiografia" troveremmo:
narrazione della propria vita; l'opera che ne risulta

Questi generi di narrazione sono, per loro natura "un gioco".

Poiché il gioco è finzione, è illusione, è realtà e immaginazione la premura dell'autore è quella di mediare creando eventi a metà strada tra il divertimento e l'austerità, tra la distensione e l'inquietudine dell'epilogo.
La vita, poi, come avvicendarsi, intricarsi, rimescolarsi di alti e bassi, di cadute e di riprese, di soste e di nuovi slanci, è paragonabile già di se stessa ai giochi e agli intrecci che appartengono alla commedia e ai di lei commedianti.

Nell'autobiografia giochiamo con i ricordi poiché, evocandoli, proviamo tutte le sensazioni tipiche del giocare e, al contempo, allineandoli, disponendoli, ordinandoli come su un tavolo ci accorgiamo ben presto che stiamo realizzando una strana specie di affresco, di intarsio, di sceneggiatura.
Così facendo, disposte le scene salienti le une accanto alle altre per dar senso al disegno, ci accorgiamo di provare la soddisfazione avvertita da chiunque abbia deciso; un bel giorno; di scrivere, sul serio, della propria storia.

Chi ha studiato la psicologia dell'autobiografo dice che il racconto di sé, pur non guarnendo dai brutti ricordi, in quanto sfogo, liberazione e impegno dà sollievo e fa provare un certo qual senso di piacere.


Raccogliere via via quel che, giorno per giorno, si pensa, si dice, si sente interiormente o si ascolta senza consegnarlo soltanto alla memoria è in sostanza una buona cura.
Ma la via del diario è impervia, difficile, in età adulta.
Pur rendendoci conto che, senza annotare, registrare giorno dopo giorno quel che accade, vediamo, ascoltiamo, soprattutto pensiamo, proviamo il disappunto di Doris Lessing:
Se avessi avuto il tempo di tenere questo diario con una certa costanza, ora sembrerebbe il cantiere di un edificio in costruzione, frammenti di questo e di quello ammucchiati, sparsi, disordine, cose varie, nessuna più importante dell'altra.
E, fuor di metafora, la scrittrice anglo-iraniana aggiunge:
Ho dovuto visitarne uno per un articolo, la settimana scorsa, e c'era un mucchio di sabbia qua, una pila di vetri là, qualche trave d'acciaio, sparsa, sacchi di cemento, palanchini. Così dev'essere un diario, i frammenti degli avvenimenti, messi insieme disordinatamente.
Ma ora, a distanza di un anno, comincio a capire quali cose sono state importanti e quali no.
Sì, scrivere un diario è fondamentale: ci regala il grande vantaggio della comprensione quando la commedia ha ancora il sipario alzato.



Per chi volesse approfondire il tema suggerisco i testi di Duccio Demetrio, da cui ho tratto anche alcuni spunti presenti in questo post.

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